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I racconti, i sogni, le speranze, i pensieri.. di tutto un po', per chi crede che Someday I'll be Saturday Night!

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La Password

 

-Papà non è più la sua password

-In che senso? Dove?

-Gmail. Non funziona.

Mio fratello Bud aveva la tendenza a parlare come se io sapessi tutto il contesto della conversazione che aveva avuto mentalmente. Prendeva dalla mamma, in questo. 

Capivo perché un cambio di password lo agitasse, in questo contesto. Io e Bud venivamo da una generazione in cui usare la tua dolce metà come password era un segno di impegno a vita. Perciò, la password di Papà era sempre stata NomeMamma1968, quella di Mamma NomePapà1968, punto e basta. Io e Bud avremmo creato nuove password, ne avremmo delegato la creazione ai nostri dispositivi, ma i nostri vecchi no.

Avevo un vago ricordo di Mamma che brontolava sui caratteri speciali e cos’avranno di speciale poi perché non posso tenere questa password cos’ha che non va dove cavolo è la lineetta sotto ma non c’avevo prestato attenzione, ed eccoci qua.

-OK Bud, tanto riceveremo l’email d’eredità con tutte le password tra un paio di settimane. E posso ancora accedere al suo telefono quando sono lì.

-Ah vero. Non mi ricordavo che avevi le impronte digitali e il resto.

Già. Avevo le mie impronte digitali registrate sul telefono di Mamma. Avevo anche la sua posizione, le istruzioni per il suo funerale, le indicazioni su cosa voleva indossare, tutte le informazioni pratiche. Bud era quello che aveva dovuto organizzare tutto, dato che io abitavo ad un oceano di distanza, ma nonostante tutto, ero io quella a cui Mamma affidava tutte le informazioni. Ero io che potevo sopportare il carico mentale ed emotivo.

Mi viene in mente un aneddoto. Avevo 9 o 10 anni, ad una gara sportiva. Mamma si stava un po’ vantando di quanto avessi la testa sulle spalle, di quanto fossi sempre tranquilla, quando scoppiai a piangere perché avevo perso la partita. Mamma rimase sorpresa e delusa che le avessi fatto fare brutta figura davanti agli altri. Ma io volevo solo essere triste. Bud e Papà avevano sempre paura della mia tristezza; Mamma più che altro se ne vergognava. Io volevo solo essere triste. Voglio solo essere triste. Invece, ancora una volta, sono quella che può prendere in mano tutto. Quella che non si fa sopraffare e può dirimere le questioni pratiche. Nel frattempo, Bud fa il grosso del lavoro, ed entrambi siamo pressoché invisibili.

______

Non tutto girava intorno al cibo, ma un’infinità di cose giravano intorno al cibo. Mamma era stata una delle ragioni e una vittima come me dei miei disturbi alimentari e della dismorfia corporea. Ma è con lei che ho condiviso alcuni dei pasti migliori. Il suo ricordo è nel tè che mi ha comprato quando le ho detto che non ne trovavo di buoni qui. E nel caffè solubile che Papà non ricordava fosse il suo preferito, perciò l’ho messo in valigia al ritorno.

Prima di trasferirmi, ho assaporato ogni ultimo pasto con loro come se fosse l’ultimo pasto in assoluto. Finché uno è stato l’ultimo davvero. Le ho cucinato il suo ultimo risotto; le ho comprato i suoi ultimi dolciumi. Quando abbiamo ricevuto le istruzioni per la preparazione all’intervento, ho avuto una realizzazione. Non avrebbe mai più potuto mangiare un sacco di cose. Mi sono sfogata con Bud.

-Guarda che però non è una brutta cosa, eh. Tutti dovremmo seguire quella dieta. Fa solo bene, disintossicarsi da certi cibi.

Poi continuava a parlare di PH da riequilibrare, ma io non l’ascoltavo. Non era una questione di cibo. Al culmine del mio disturbo alimentare, io o Mamma ci fermavamo al miglior panificio in città a comprare un panino con l’uvetta da condividere al volo, sul lavello della cucina, prima che Papà se ne accorgesse e ne volesse uno anche lui. Era l’unico sfizio che sono sempre stata in grado di mangiare. Abbiamo continuato così per oltre 20 anni. Non che Mamma non provasse coi sensi di colpa e non dovremmo mangiare sta roba, fa male, piena di grassi. Eppure, continuavamo. Quando i dottori insistevano che Mamma doveva prendere peso (ah! Come cambiano le cose, pensai), le comprai il panino con l’uvetta. Il giorno dell’intervento provai a comprarmene uno per scaramanzia… ma li avevano finiti. Riuscii a mangiarne uno solo il giorno prima del funerale, sul lavello della cucina prima che rientrasse Papà. Era solo uno dei pezzi di lei che ho perso nel tempo.

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Non so quando sia cominciato, so solo quando me ne sono accorta. Non mi mandava più due messaggi al giorno, mattina e sera. Potevano passare giorni senza che mi mandasse messaggi, anche una settimana senza videochiamate con lei e Papà; anche quelle chiamate sembravano frettolose, come se avessero fretta di chiudere per passare a qualcosa di più urgente. In tempi non sospetti, non c’era nulla di più urgente che parlare con me.

Quando finalmente condivise la diagnosi – no, quando Bud la spinse a condividerla con me -, tutto ebbe senso. Quando rientrai, dovetti suonare il campanello. Non mi stava aspettando al videocitofono. Un altro pezzo perso. Mi lasciava fare i lavori di casa, non ci stava più dietro dalla stanchezza. Un altro pezzo perso. Aveva smesso di leggere il giornale, finché non abbiamo smesso di comprarlo. Non girava più per casa mormorando / fischiettando / canticchiando. Quello sì è stato un pezzo enorme, la sua voce. Non smetterò di ringraziare la me del passato, per aver deciso di registrare Mamma e Nonna un giorno a caso di dieci anni fa. Non avrei nessuna delle loro voci da ascoltare, se no. Dopo l’intervento, non aveva mai più recuperato la sua voce naturale. Me ne resi conto grazie ad un sogno. Era nel giardino della nostra casa d’infanzia a distendere il bucato, canticchiando. Mi chiese cosa potessimo cucinare per pranzo, dato che sarebbe venuta mia zia. Sapevo che era un sogno, scoppiai a piangere. Lei venne a consolarmi, e mi chiese Se non posso tornare com’ero prima, che senso ha? e sapevo che diceva sul serio. Mi svegliai singhiozzando e stringendo quella che sembrava la sua mano nella mia. È l’ultima volta che ho sentito la sua voce. Un altro pezzo perso.

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Da bambina lessi un racconto di Dino Buzzati intitolato “Sette Piani”. Parlava di un ospedale dove curavano solo una patologia specifica; i casi lievi erano al settimo piano, più si scendeva e più grave era il caso. Il protagonista veniva ammesso al settimo piano, perché aveva un caso molto lieve. Con vari pretesti e varie scuse, veniva trasferito sempre più giù (abbiamo bisogno di letti, stanno facendo lavori su questo piano, è solo temporaneo…), finché non arrivava al piano interrato e moriva. A volte, mi sembrava che Mamma fosse in quel racconto.

I dottori erano ottimisti all’inizio, sulle sue prospettive di recupero. Sostenevano che tutti i sintomi fossero normali, anche i più disgustosi. A noi tante cose non tornavano, ma non eravamo medici. Perciò, ci fidavamo che la sua condizione fosse equivalente ad un quarto/quinto piano nel racconto, e che sarebbe poi migliorata. Pretese che io – e solo io – l’accompagnassi in ospedale. 

Mi premurai di respirare a fondo l’aria fredda, frizzante, quel mattino. A lei non poteva fregar di meno, stava troppo male. Non sapeva che quella era l’ultima aria esterna che avrebbe mai respirato. Adesso respiro un po’ più a fondo, amo un po’ più a fondo, abbraccio un po’ più forte, perché so cosa potrei perdermi.

Dopo l’operazione ci furono complicazioni, “solo temporanee”, ci dissero. Solo che continuavano ad aggiungersene. Cominciò una montagna russa da “non supererà la notte” a “non ci aspettavamo questo miglioramento”. Sembrava non sarebbe uscita dal piano interrato, ed è lì che cominciò a parlare di morte.

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Mi faceva il segno della morte alle spalle degli altri. Non so perché, ma ho qualche teoria. Potevo parlarne in modo molto neutro. Facevo battute macabre. Un po’ come quando parlavamo dei loro funerali mesi prima, tra un discorso su cosa fare per cena e quello che era successo al lavoro. Avevamo parlato dei “loro” funerali perché nessuno si aspettava fosse lei ad andarsene per prima. Perciò, dopo avermi dato istruzioni per il funerale di Papà, già che c’eravamo, mi aveva dato istruzioni per il suo.

Quindi, non mi faceva specie che facesse il gesto della morte dal letto d’ospedale. Non l’avrei ignorato o negato come avrebbe fatto Papà, né sarei partita per la tangente filosofica o spirituale come Bud. Semplicemente, ne presi atto:

-Sì Mamma, ho capito che pensi che morirai. Non oggi però, il tuo corpo ha deciso altrimenti. E no, ancora non possiamo aiutarti in quel senso, è ancora illegale.

A quel punto, faceva il gesto dell’esasperazione. La capivo. Ero travolta da messaggi di persone che le auguravano una qualche ripresa. Anch’io ero esasperata. A volte sembrava che le augurassero una tortura. Ma stavano pregando per la Mamma che ricordavano da prima. Non avevano assistito al suo costante declino, non si rendevano conto di quanto enorme fosse il miracolo che le auguravano, quando parlavano di un recupero totale. Sia io che Mamma avremmo voluto che “una morte dignitosa” fosse un’alternativa a disposizione, come qualunque altra.

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-Abbiamo avuto tempo, che lusso. Abbiamo avuto tempo di dirle tutto quello che volevamo.

Bud non aveva torto. Ma mi ero resa conto di non avere nulla da dirle. L’amore severo era stato il suo linguaggio d’amore per me; la praticità a testa bassa il mio linguaggio d’amore per lei.

Andavo a trovarla indossando i vestiti nuovi che avevo scelto, chiedendole un parere. Mi dava l’OK oppure un “sì abbastanza bene, ma un po’ squadrata” a gesti. Era molto eloquente, a gesti. Le mandavo messaggi con le foto della messa in piega e dei vestiti stirati, e lei rispondeva congratulandosi per la mia evoluzione nell’adultità a oltre 40 anni suonati. Usava le emoji corrette fino alla fine.

Con un tempismo perfetto, è morta quando avevo appena comprato i vestiti per il suo funerale. Perché sapevamo che la fine era vicina, e io non avevo vestiti scuri adatti all’ondata di calore. Stavo tornando a casa a piedi dal centro commerciale quando mi ha chiamata Bud. Avevo ascoltato canzoni malinconiche mentre pensavo a tutta la vita che Mamma non avrebbe vissuto. Mi sono vergognata per lei, a scoppiare a piangere per strada, ma non ho potuto trattenermi. C’era troppo sole, troppa arietta, perché potesse andarsene senza che il mondo si fermasse. Non avrebbe mai più camminato sul bagnasciuga, non avrebbe mai annusato l’odore dell’oceano, non avrebbe mai più riso. Tornai a casa e scrissi quello che avrei voluto dire al funerale.

E volevo solo essere triste.

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Non fare di tutto per farlo sapere a chiunque, per urlarlo a dritta e a manca, mi sembrava crudele. Certo, Mamma era più che discreta, ma la sua vita si era incrociata con tante persone, che avrebbero a malapena saputo della sua morte. E io sentivo di aver bisogno di tutto il sostegno possibile, per superare il trauma. Perciò ho fatto di testa mia e l’ho detto a più persone di quante lei avrebbe voluto. Alcune sono scoppiate a piangere, altre non hanno battuto ciglio, altre hanno offerto un abbraccio, una bottiglia d’acqua, un fazzoletto per asciugare le lacrime – ogni interazione mi ha aiutata.

Qualcuno diceva che il dolore è come un bastone pieno di spine al centro della nostra anima, che è una morbida nuvola; l’anima continua a crescere, man mano che l’amore la nutre, ma a volte toccherà una spina. Il dolore non sparirà mai, ma diventerà più sopportabile. Tutti i riti collegati alla morte – i riti che aiutano quelli che rimangono più di quelli che vanno – aiutano a distribuire il peso di quel dolore.

Star lì ad immaginare come Mamma avrebbe criticato tutti i dettagli del funerale, anche quello ha aiutato. Sentire le voci dei bambini che giocavano sul sagrato della chiesa – un altro segno che il mondo va avanti anche quando si ferma per noi – anche quello ha aiutato. Portare in braccio l’urna, come se la stessi accompagnando nella sua ultima passeggiata, ha aiutato tantissimo. Invece del tradizionale “che la terra ti sia lieve” mormorare “sii lieve sulla terra, che la terra non è pronta”, anche quello ha aiutato. Respirare l’aria estiva, con il sole alto, mentre le sue ceneri venivano sparse sul prato verde, mi ha dato un senso di chiusura e pace.

Ma alla fine dei conti, volevo ancora essere triste. 

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-Bud, mi è arrivata l’email da Gmail.

-Ah, sì. Quindi, che password aveva messo?

-Diciamo che è ancora Papà. Ma adesso anche noi. È Rose<3Bud<3Papà_1968

A quanto pare, ha trovato la “lineetta sotto” dopo tutto.