Welcome, to wherever you are
DdV 5 - Us(A)cendo
DdV 4 - Come un bruco
DdV 3 - New Jersey (finding Jon)
DdV 2 - Prime impressioni
La prima pagina del mio taccuino dice “my dream is....”: troppi pochi puntini, la lascio in bianco. Parto da casa convincendo Ma' che nonostante la valigia sia mezza vuota, non porterò via Klappar l'ippopotamo. All'aeroporto saluto Pa' e Gogo e mi dirigo con non-chalance al check-in. Primo controllo passaporto, superato il quale mi viene fatto presente che il beauty vale come valigia, perciò paghi la tassa grazieeee. La grande novità del body scanner c'è, a Venezia, ehhh sì. Bello. Chiuso. Inutilizzato. Che bella spesa. L'aereo è puntuale, ci servono il pranzo -cheese maccaroni, meglio di quanto si possa pensare- e constato che la gente esagera. Quando dicono che c'è tanto spazio per le gambe, o che non ce n'è per niente -lo spazio è il solito-, che ti danno un sacco di cose -un cuscino e una vestaglia, che credevo fosse una coperta-, che devi camminare altrimenti ti si blocca la circolazione e fai una paralisi -mi sono alzata una volta e non ho avuto nessuna controindicazione. Mi godo due film, di quelli che di solito si vedono sotto Natale, e constato anche che un volo transcontinentale non è più silenzioso, anzi. Quando il pilota annuncia che atterreremo con un'ora di anticipo, il mio vicino si entusiasma e si lancia a raccontarmi i suoi quindici giorni in giro per l'Italia. Una volta scesa, e imboccati i mille labirinti che portano all'uscita, mi metto in fila tra i “visitors”, e mi viene detto che devo compilare il modulo verde. Che è uguale all'ESTA, che ho già fatto, e che mi chiede di nuovo se sono parente di Bin Laden. NO, CHE CAZZO. Dopodiché mi metto in fila per i controlli, cosa che ti fa sentire molto ben accetta in questo paese. Un cartello mostra la procedura -impronte digitali della mano destra, poi della sinistra, poi foto digitale- e conclude “welcome to the USA”... ammazza, e se non ero welcome?! Vanificata l'ora di anticipo, spiego alla poliziotta che sono una turista... “e stai a Bensalem?! A far cosa?!” Sono ospite di un'amica, SANTO DIO!!! Recupero le valigie, ormai scaraventate via dal nastro trasportatore, ed esco. Finché non sono in strada non ci credo, che non devo fare altri controlli.
Dopo una rapida chiamata a casa, mi trascino al primo taxi libero, e fornisco l'indirizzo di Mel. Il dinamico autista, per programmare il navigatore, finisce sopra il marciapiede, ma è tutto sotto controllo. Poi mi fa fare la conoscenza di una tradizione locale: l'aria condizionata sparata a 2000. Le mie cervicali ringraziano. Lungo la strada vedo i grattacieli che caratterizzano lo skyline di Philadelphia, e il ponte: queste sono le prime immagini che registro. Alla fine, il simpatico tassista non trova la strada giusta "I cant see numbers, I cant see!" e mi risolvo a chiamare Mel per farmi venire a prendere. Il clima è quello che a Venezia definiamo "sòfego", una cappa di caldo umido che all'equatore si sta meglio. Dopo aver depositato le valigie alla mercé dei gatti di Mel, facciamo un salto al supermercato locale -in macchina, ovviamente. Le auto qua sono enormi, d'altra parte pure le strade sono sterminate. Al supermercato c'è la mia amica Aria Condizionata ovviamente, nel reparto frutta e verdura invece si scatena la tempesta: si sente tuonare, poi parte una pioggia leggera per innaffiare i prodotti esposti -coreografie made in USA. I prodotti -frutta, verdura, pane, affettati- durano anche un mese, in frigo, aperti. Gulp. Infatti gli affettati si comprano non all'etto, ma al pound... mezzo chilo, che tanto dura! Per cena per fortuna cucina Mel, e si mangia la pizza di carne, poi si va a dormire... o a giocare con Ninì la gatta, nel mio caso, grazie al jet-lag.
Il giorno dopo sono a dir poco rintronata dalla notte in bianco, quindi mi dedico ad un po' di Internet. Quando il Mac si scarica, scopro con disappunto che il costosissimo trasformatore vendutomi in Italia come indispensabile non serve, bastano gli adattatori. Hmmmmmmm. Nel pomeriggio facciamo un giro al Mall, il centro commerciale, con Mel e la sempre presente Aria Condizionata. Al Mall si trovano tantissime marche scontate, anche in periodi a caso durante l'anno: non è come da noi, con i periodi fissi di saldi. Infatti il negozio Guess spara le borse a 25 dollari, e il negozio Levi's ti tira dietro i jeans a 30. Di contro, maglie improbabili di D&G e Missoni arrivano a 500-600 dollari, ma partivano da 2-3 mila! Tra i corridoi del mall si trova di tutto: distributori di caramelle, massaggiatori, estetiste che depilano le sopracciglia e il labbro CON UN FILO DA CUCITO, stand che per venderti i trucchi e farti vedere come ti stanno ti truccano gratis. I manichini di molti negozi hanno la sesta di reggiseno... modelli di bellezza locali; al negozio Nike vendono il portamonete da agganciare alle scarpe da ginnastica; il negozio Lindt sta chiudendo, perciò svende 4 pounds di Lindor (2 chili) a 7 dollari... troppo anche per me, le supersize locali stanno mettendo a dura prova perfino la mia innegabile voracità. Tutti i commessi sono super sorridenti, e anche se è una posa mi piace da morire il saluto "Hi, how're you doing?" che sembra gliene freghi qualcosa. Dopo un salto da Victoria's Secret -che esiste davvero, non volevo crederci!- torniamo verso casa, e stanotte finalmente si dorme!
Il terzo giorno comincia benissimo, con la skyphonata a casa, e prosegue meglio, con la gita a Philadelphia. Il caldo è torrido, l'escursione termica tra l'interno e l'esterno penso sfiori i 20 gradi. I biglietti del treno vengono obliterati dal controllore, sistemati sul tuo posto a sedere, e ritirati quando poi dovresti scendere. La prima tappa a Philly è la Liberty Bell, la campana simbolo dell'indipendenza americana. Alla quale è stato dedicato un intero museo con souvenir risalenti perfino al 1960... cimeli!!! I rangers non ci permettono di sederci sul preziosissimo muretto esterno -sarà stato costruito nel 1980, insomma!- e finalmente entriamo alla visita guidata alla Congress Hall, dove sono conservati altri preziosissimi cimeli... del 1700... la guida si entusiasma a parlare della migliore costituzione sulla faccia della Terra, difesa in quelle stanze... sì, siamo al centro del mondo. Dopo un gustoso pranzo messicano, andiamo nella zona dei grattacieli, che fino a non molto tempo fa non potevano esistere perché il limite d'altezza era il cappello della statua di Penn, il fondatore della Pennsylvania. Il caldo è torrido, ma c'è di buono che i grattacieli fanno ombra. Ci rifugiamo dall'amica Aria, in uno dei più recenti grattacieli, e dopo aver bevuto un frullato ci dirigiamo alla stazione, direttamente collegata al grattacielo, sottoterra. Il nostro treno è cancellato, perciò ci schiacciamo come sardine in quello successivo e poi andiamo a fare un po' di spesa: domani è tempo di partire, il New Jersey mi aspetta.
Diario di Viaggio 1 - La vigilia (quello che lascio)
Breathtaking
La Strana Amata
È, ITALS è...
Più di qualche volta mi hanno chiesto “cosa sarebbe, insomma, sto ITALS?”. Ecco, dopo questi 14 mesi non sono in grado di definire cosa sarebbe sto ITALS, ma qualcosa mi viene in mente magari.
- ITALS è iscriversi ad un Master a maggio, un po’ così, che tanto è online cosa vuoi che mi impegni?!
- ITALS è ricevere il programma a luglio, e dire ah beh però è online ma credevo fosse un po’ meno. Cazzo adesso come faccio?
- ITALS è cominciare col forum palestra e il bar caffè, mah a me non so mica cosa mi serve sta roba poi chi me l’ha fatto fare?!
- ITALS sono mille voci dietro un monitor che ti immagini le facce e al 99,9% non corrispondono per niente alla realtà
- ITALS è la tutor del primo modulo che ti dice “costruite un’UD” e tu che hai studiato 20 anni pensando che i prof leggessero la lezione in un libro e stop. E allora ti svegli in preda all’ansia alle 7 della domenica e apri il libro di francese, per vedere che cazzo è un’UD con gli obiettivi
- ITALS sono i lavori di gruppo, con quelle facce che hai immaginato e i contatti Skype che non si connettono mai alla stessa ora. Ma davvero c’è gente che studia italiano in COREA e ISRAELE?! Ebbene sì.
- ITALS sono le verifiche di gruppo (no non è vero, se sta leggendo qualche tutor!!!) su Skype, a scambiarsi idee e leggere le dispense all’ultimo minuto. Poi però si chatta d’altro e la verifica la consegni all’ultimo secondo
- ITALS sono le prime volte che ti senti dire “cavolo, anche se non insegni sei portata, sai?!” e voli in alto mille metri
- ITALS sono i 10 anni di vita persi ad ogni ricezione della scheda di valutazione. Che arriva sempre quando sei al lavoro e non puoi aprirla. Che ci mette 20 minuti per aprirsi e tu che bestemmi. Che quando finalmente si apre non hai il coraggio di leggere il voto e allora sbirci la tabella per vedere se c’è “scarso” o “ottimo”. Che poi scopri di essere passato e allora YEAH, e dopo NOOO adesso devo leggere l’altra dispensa!!! E poi ti chiedi: perché il tutor nel messaggio non scrive “buon proseguimento” oppure “ottimo lavoro” così non sviluppo un’angina pectoris ogni volta??!
- ITALS sono i moduli d’autoapprendimento che tanto c’è tempo e poi a momenti te li dimentichi lì
- ITALS sono i primi addii a gennaio, che anche se non le hai mai incontrate ti dispiace proprio tanto che certe persone cambino Master o percorso
- ITALS è lo stage che ci metti na vita a convincere qualcuno a fartelo fare per “spalmare il problema tra più maestre” e poi il bambino cinese, sua sorella e il bambino bengalese, ai quali si suppone tu debba insegnare qualcosa, e ti caghi addosso. E dovresti pure compilare le maledettissime schede d’osservazione. Poi il bambino cinese s’impegna un’ora a fare il tuo ritratto, con la testa tonda e gli occhi a mandorla. E quello bengalese ti regala un tipico origami bengalese. E anche se non sanno molto più italiano di quando sei arrivata, hanno imparato a giocare a scopa con le carte coi numeri scritti in lettere. E allora credi di aver fatto qualcosa, anche se piccolissima, e voli alto di nuovo
- ITALS è un corso d’italiano volontario a ragazzi immigrati, e anche lì ti caghi addosso. Perché sono giovani, perché sei da sola, perché è la prima volta, perché tutta la teoria adesso dovresti metterla in pratica. Poi t’inventi un gioco che a loro piace e litigano per ore su una pronuncia, e vedi che s’impegnano. Poi uno di loro ti prende da parte e ti ringrazia di cuore –in italiano- per quello che hai fatto, e che a te sembra niente. Ti augura tutta la felicità del mondo, e tu fai lo stesso. E pensi che forse stai seguendo una strada accidentata ma la direzione è quella giusta, e ancora voli alto
- ITALS è la settimana in presenza a luglio con un caldo bestiale. E abbini i nomi alle persone, ma l’effetto è straniante. Non può essere QUELLA la persona con cui ho chattato fino a ieri. E poi ci sono i caffè, le canzoni di Caon (e i commenti sul Caon), il clima che man mano si distende quando prendi atto che sì, non puoi farci niente, quella è proprio la persona con la quale hai fatto tutti i lavori di gruppo da settembre in poi. E ti saluti con un po’ di nostalgia, ma tanto ci si rivede presto
- ITALS è scegliere una tesi di gruppo come i lavori delle medie. E scegliere le due persone che ti sembravano più serie, salvo poi scoprire che una è Nutella-dipendente e che l’altra –tra le molte cose- dialoga col prosciutto crudo. Ma sono uno spasso, e non ritorni nel baratro del relatore che non ti caga e della bibliografia che non trovi. Perché la tutor è sempre presente, e ti supporta in tutto e per tutto. E la bibliografia siete in tre a non sapere come scriverla. E in men che non si dica, due mesi e la tesi è fatta. E l’amicizia è più forte che mai
- ITALS è ritrovarsi tutti a dicembre dalle suore incazzate, con un freddo boia, l’acqua alta e pure la nevicata eccezionale. Ma felici di ritrovarsi, finalmente dopo aver messo a fuoco la persona reale col suo avatar virtuale. Ascoltiamo ed applaudiamo le tesi di tutti, cagandoci addosso in attesa della nostra
- ITALS sono le prove giornaliere cronometrate. Abbiamo 7 minuti scarsi a testa, bisogna tagliare. Ma a tutte viene in mente una slide in più da aggiungere. E alla fine i minuti sono 19, ma quanta ansia
- ITALS è l’ultimo giorno, quando realizzi quanto è cambiato in 14 mesi e quanto ti ha segnata quest’esperienza. Quando festeggi con tutti, anche con quelli del II° livello con i quali magari non hai mai lavorato insieme, ma quante chattate su Skype
- ITALS sono i saluti finali, quel “ci rivediamo presto” che magari è una bugia, quel “ci teniamo in contatto” che senz’altro sarà vero.
In buona sostanza, non so riassumere cosa sia l’ITALS. È stato questo, e molto altro. Non è scoprire un sogno, ma scoprire che ci sono le possibilità di realizzarlo. E che ci sono persone preziosissime che ti saranno vicine sempre, anche se lontane fisicamente.
E infine per me, che ho passato una vita a cercare qualcuno che credesse in me e nei miei sogni, l’ITALS è stato scoprire che in me ci credono tutti, e manco solo io.
A tutti quelli che sanno cosa vuol dire ITALS, e come me non saprebbero descriverlo, dico solo GRAZIE.
Fast forward
Il secondo giorno comincia con uno shock interculturale: i bambini inglesi del tavolo accanto al nostro non sanno cosa sia la Nutella. E dopo averla assaggiata, la lasciano là perché non gli piace. Certo, sarà l’alimento più sano che abbiano mai ingurgitato negli ultimi 8 anni di vita. Poveri piccoli, che infanzia triste. Ci dirigiamo con l’animo in spalla alla volta della stazione, per la gita giornaliera a Neuschwanstein. La guida è un simpatico signore americano di Seattle, trasferito a Monaco per motivi da chiarire. Il viaggio in treno scorre tra vallate di un verde accecante e pannelli fotovoltaici che mancano solo in testa alle mucche, per il resto sono dapperttutto. Quanto sono avanti, sti tedeschi. Alla stazione c’è un rullo, accanto alle scale che conducono al sottopasso, sul quale appoggiare la valigia per trasportarla giù col minimo sforzo. Quanto sono avanti, non so se l’ho già detto. Una volta arrivati alla fermata del bus che porta al castello –sia mai che ci andiamo a piedi, per carità- respiriamo aria di casa. Per modo di dire. Respiriamo aria di napoletani in nuclei familiari aggregati, con bambini vocianti al seguito. Come riconoscerli? Beh, di solito sono quelli che nel bel mezzo della fila per salire sul pullmann, urlano ai bambini di mettersi in posa per farsi fotografare. O che saliti sul pullmann (il quale ha cercato invano di investirli, poco prima) urlano ai bambini di non urlare; e poi urlano al parente adulto più vicino di preparare i panini che così glieli danno da mangiare. E naturalmente il viaggio dura 3 minuti scarsi. Finalmente giunte al Marienbrücke, il ponte che si affaccia su uno strapiombo di 90 metri e dà una vista mozzafiato sul castello, ammiriamo tutta la pazzia di re Ludwig. Che era avanti. Sì perché era salito sul trono a 18 anni, completamente impreparato a quello che lo attendeva, era omosessuale, e si era costruito il castello delle fiabe. Praticamente l’antenato di Michael
Certo, se viaggi dalla Germania all’Austria che ti aspetti? Treno Eurocity con schermi lcd che indicano il percorso, la velocità, la prossima stazione e le coincidenze in partenza. Sedili che la poltrona di casa mia sembra na sedia di legno in confronto, poggiapiedi, tavolino porta pc portatile. Chiaro, loro sono avanti. Gli automobilisti austriaci non hanno molto tempo da perdere, soprattutto con le turiste munite di valigia... e non è molto lusinghiero, sentirsi le protagoniste di un videogame violento! I portieri dell’hotel sprizzano cortesia da tutti i pori, tentano un italiano molto maccheronico e sparano battute idiote come se piovesse. Qualcuno glielo dica, che essere italiano non vuol dire necessariamente dover imitare Berlusconi. Salzburg è caratterizzata dalla fortezza, che sovrasta la città tanto che dopo due giorni ne hai due maroni così di vederla da ogni angolo. Gli inglesi col London Eye sono arrivati dopo, che avanti sti austriaci. Con un’unica tessera a modico prezzo, si può girare su tutti i mezzi (in ogni caso, gli autisti non si preoccupano troppo di controllare) e visitare molti musei. Ci fermiamo (con stupore dell’aiuto autista del bus, che in tedesco stretto ci spiega che non è il centro città) ai prati di Mirabellgarten. Insomma, quelli del film “Tutti insieme appassionatamente” che ha fatto successo in tutta Europa e America tranne che in Austria, ma ciononostante pullulano le cartoline e i tour organizzati sui luoghi del film. Salzburg è la patria di Mozart, e se ci fosse qualcuno che arriva senza saperlo lo scoprirà molto presto: i negozi vendono le palle di Mozart (i cioccolatini, of course), i bretzen sono a forma di chiave di sol, i negozi di souvenir hanno ventagli, piatti, penne, matite e chi più ne ha più ne metta col profilo di Mozart, manco fosse Hitchcock. Il museo nella sua casa natale è alquanto miserrimo, con l’esposizione pure del codino di capelli stile feticista.
Per concludere la vacanza, si torna a Salzburg centro e si gusta una pizza. Penso che la salsa fosse un barattolo di pelati. Eh no, c’è poco da fare. I germanici saranno avanti, ma sulla pizza non c’è storia, quelli avanti siamo noi. Anzi, siamo più che avanti, siamo fast forward.
Mai stati, in un posto simile?
Similmente a quanto accade in tutto il mondo, anche le città del Belgio hanno le loro mascotte: a Firenze il giglio, a Brussels un putto che piscia; a Roma la lupa, a Liegi la pigna; al terzo giorno, ho smesso di chiedermi quali fossero le mascottes delle altre città.
I belgici, come li chiamiamo in amicizia, sono persone che si fidano, e in questo sono simili ai finlandesi: al museo Magritte entriamo col biglietto ridotto senza mostrare la carta d’identità; il biglietto del treno consente di fare 10 viaggi a prezzo scontato compilando di volta in volta con i dati del viaggio, al momento. Osserverò una riga di silenzio riflettendo su come gli italiani sfrutterebbero queste occasioni.
Brussels ha un bel centro storico, mentre la parte “europea” non la vediamo, è troppo lontana; al museo Magritte manca quello che io chiamo L’om col pom e pure la pipa che non è una pipa. Se non fosse che ho pagato solo due euro, mi farei rimborsare.
Liegi è invece piuttosto belga, nel senso di grigia, e non si capisce se sia periferia o città metropolitana, è simile ad entrambe. Ha le donne in vetrina come in Olanda, la stazione di Calatrava come il ponte a Venezia, i ciottoli come a Roma. Una bella cattedrale, un’università in cui il portone si apre automaticamente, piove come a Londra, i bus non arrivano mai come a Mestre.
Mai come il gaufre con gelato, cioccolato fuso, crema chantilly che mangio a Namur.
A Liegi intanto c’è la festa del 15 agosto che dura tre giorni di fila, e la gente si riversa sulle strade del centro per ubriacarsi e condividere un po’ di claustrofobia. Eh sì, assomiglia alle sagre italiane dopo una certa ora. Tipo dopo le 5 del pomeriggio.
La domenica a Liegi c’è il mercato, che è simile a quello di Mestre, solo che è il più grande d’Europa. E hanno uno strano senso dell’umorismo, i belgici, quando vendono i galli vivi da un lato della strada e i polli arrosto di fronte. Memento mori??! Nel pomeriggio ci avventuriamo al Cinema Parc, che non è vicino a un parco e non è nemmeno in centro. Guardiamo “L’Age de Glace”, più che altro guardando le figure, ma sempre meglio che vedere hary’ potér che usa la baguette (!!!) per fare gli incantesimi...
In serata ci deliziamo a guardare Nena ballare il tango ed evitare di frantumarsi a terra ad ogni sgambetto (e non erano figure del tango, erano tentati omicidi!!) giusto per convincerci ulteriormente che no, il tango non fa per noi.
L’ultimo giorno è la volta di Aachen. Sì dai, Aix-la-chapelle. MA INZOMMA! AQUISGRANA, no?! E’ in Germania che, come tutti gli Stati, è vicina al Belgio. C’è la tomba di Carlo Magno, piccola e in fondo in fondo in fondo alla Cappella, in cui un cartello intima “offrite 2 euro per fare foto”! Ho la faccia di una che offre spontaneamente soldi per fotografare nel buio più assoluto una bara dorata che manco si vedrà se ingrandisco il particolare a 102x??????? Approfittiamo dello Starbuck’s di turno –che quando ce vo’ ce vo’- e andiamo ad acquistare i biglietti per l’aereoporto. “Sorrì sorrì!” Si scusa il simpatico bigliettaio “do you have to go to the erpòrt?” e in attesa della risposta, MIMA l’aereo in volo.. ho capito la domanda, non sono cretina! Arrivate a Charleroi, scopriamo che Schumi ha rifiutato il posto in Ferrari per continuare a guidare il bus navetta per l’aereoporto... divertendosi a scorazzare la mia valigia-quattro-ruote-motrici in tutto il bus! Però poi mi consolo durante il volo, ad ammirare lo steward olandese che è stato assunto per motivi simili a quelli che garantiscono il posto alle hostess gnocche... viva la par condicio!!