Welcome, to wherever you are

I racconti, i sogni, le speranze, i pensieri.. di tutto un po', per chi crede che Someday I'll be Saturday Night!

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DdV 6 - Primi giorni in Canada (no Mac, no party)

Parto da Philadelphia guardando incuriosita il lustrascarpe in aeroporto, e spiando che diavolo starà facendo di tanto importante il mio vicino, incollato al blackberry. L'arrivo a Toronto è molto rincuorante: in meno di mezz'ora sono già in taxi, col visto in tasca... altro che States! Noto subito il verde che abbonda, le strade residenziali che sfociano nelle grandi arterie commerciali, e so che difficilmente sbaglierò nel rientrare a casa: il cartello "REMOVE YOUR SHOES" è visibile da chilometri di distanza. Apprendo subito le numerose regole di MM, la mia padrona di casa: via le scarpe, chiudere a chiave la porta quando si esce, cena alle 18.30 con cibi di tutti i colori, niente asciugamani sul letto e niente elettricità prima delle 9 della sera! Gulp. L'accompagno a fare la spesa, e noto l'ironia canadese -un po' british- sui finestrini del bus: "Spostarsi verso il retro dell'autobus, grazie" recita il primo, e il secondo "beh, magari UN PO' PIU' indietro, GRAZIE!". Scopro inoltre che non esistono i pulsanti, per prenotare la fermata: bisogna tirare un cordino di gomma che sembra un filo elettrico, e corre lungo tutte le pareti del bus. In autobus e al supermercato non sento parlare inglese, tranne che da MM: sento russo, francese, italiano (dialetti più che altro), portoghese, spagnolo... salvo poi passare all'inglese per rivolgersi agli sconosciuti. E' un primo assaggio del melting pot che il Canada è riuscito a creare nel tempo.
Al terzo giorno in Canada, nemmeno il tempo di abituarmi alla quantità di aglio e paprika nelle pietanze di MM, il mio Mac si arrende al cambio di voltaggio e muore. Lo porto al Maccospedale, ovvero l'Apple Store, dove i commessi comunicano tra loro attraverso i Macbook, e la cassa si apre con un Iphone. Mackie viene ricoverato, e io mi ritrovo completamente spiazzata. Non potendo comunicare attraverso il computer, mi piomba addosso tutto lo shock che non ho vissuto finora, il distacco da casa e dai miei cari. Allo stesso tempo però, mi sento in sintonia con Toronto, sento ancora che niente può andare storto e che tutto accade per una ragione. Comincio il mio pellegrinaggio alla ricerca di un lavoro, dalla Dante Alighieri (spiacenti, ma sa...), alla gelateria Novecento in Corso Italia, agli annunci online per lezioni d'italiano, a chi più ne ha più ne metta. Le istituzioni italiane sono a dir poco disinteressate al destino dei connazionali in vacanza-lavoro, e sì che invece dovrebbero essere loro a promuoverci! Mah. La sera mi consolo con una passeggiata sul lungolago. In autobus c'è un gruppo di ragazzacci, che qui vuol dire "ragazzi che mettono i piedi sopra i sedili dell'autobus" salvo poi spostarsi, scusandosi, quando accenno a volermi sedere... proprio dei teppisti!!! Tra l'altro, sono in sei e di sei razze diverse: asiatici, est-europei, nordafricani, sudamericani, afroamericani... di nuovo, il melting pot made in Canada. Lo spettacolo del lago di sera è incredibile: l'aria fresca, la temperatura ideale, i parchi e la CN Tower sullo sfondo. Oltre a me ci sono ragazze che fanno jogging, persone che passeggiano, il tutto ai margini di quelle che non sono strade, ma autostrade coi marciapiedi ai lati.
Ho sempre amato le città sul lago, e Toronto non fa eccezione. Qui ci si sente al sicuro, non ci si può perdere (perché se non altro, la CN Tower fa da punto di riferimento) e la rete di trasporti è talmente efficiente, puntuale e sicura da sbalordirsi a sentire chi si lamenta -come MM, per dirne una- di dover aspettare 5 minuti per un autobus! Mi appresto a fare amicizia con questa città, e mi preparo ad esplorarla in lungo e in largo.

DdV 5 - Us(A)cendo

Come di consueto, terminata una tappa del viaggio mi fermo un attimo, prendo in mano il mio quaderno delle "cose da fare e vedere prima di morire" e cancello le voci adeguate: New York+Stephen King; New Jersey+Perth Amboy; BJ al Giants Stadium. Solo tre?! Ne restano un sacco. Impressioni sugli States? Contraddittorie. Ho visto la terra degli stereotipi della tv: i taxi gialli, i MacDonald's, la tv splatter e gossip, i grattacieli, l'aria condizionata fortissima, le maxi porzioni di tutto, le casette col patio e la bandiera americana in giardino. Ho trovato delle peculiarità, per non dire delle stranezze: gente arrestata per strada perché beveva alcol in pubblico, divieto di fumo a 20 piedi dall'entrata degli edifici, i predicatori ad ogni angolo di strada e nelle metropolitane.
Ho trovato una popolazione variegata, e nell'insieme cordiale ed aperta, che mi ha insignito della cittadinanza ad honorem del Garden State (il New Jersey), per voce di un suo tassista, che mi ha ceduto il passo praticamente ovunque, in metro come in aereo.
Ho trovato però una nazione anche molto spaventata, in cui la perseveranza nell'assimilazione ormai fa acqua da tutte le parti. La convinzione che lo straniero debba essere grato dell'accoglienza e perciò rinnegare le sue origini e diventare profondamente americano, non sta più né in cielo né in terra. E di questo gli americani si sono resi conto, anche se resiste lo stupore di chi non si spiega l'odio e gli attentati, perpetrati da abitanti di questo paese, ma le cui origini destano oggi paura e sospetto. E saltano fuori tentativi maldestri di riconciliazione tra le culture, come il progetto ormai definitivo di una moschea nei pressi di Ground Zero: le polemiche infuriano, e non c'è modo di sapere se la politica sa che direzione prendere o si limita a dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, un monumento agli americani e un luogo di culto ai musulmani -che sempre americani sono. E' tempo di passare il confine, per scoprire se la cultura canadese differisce dai vicini.
Ma all in all, God bless America... qualunque sia il God.

DdV 4 - Come un bruco

Come da copione, anche a New York fa un caldo bestia. Certo che anch'io, son peggio dei giapponesi: New York in due giorni scarsi, come si fa?! Il primo impatto con i treni newyorkesi mi fa entrare già in un'atmosfera anni '60: interni in legno, controllore col cappellino con la visiera, sedili con lo schienale spostabile (per sedersi nel verso di marcia!). Come esco dalla Penn Station, mi sembra di essere entrata nel bel mezzo di un mucchio di stereotipi: grattacieli, traffico impazzito ma solo perché ci sono migliaia di taxi gialli, alle mie spalle il Madison Square Garden di tanti concerti famosi (Bon Jovi, per dirne uno...). Procedo nel caldo atroce, vedo Macy's, l'Empire State Building del quale ignoro volentieri l'ora e mezza di coda per salire in cima, la Grand Central Station che fa concorrenza a certi scenari da Harry Potter. Contrariamente a quanto si dice, la metropolitana non è complicata -anche se, in effetti, New York la si può girare tranquillamente a piedi-, ed accettano perfino il bancomat italiano, per i biglietti... wonderful! Il mio giro prevede un'ampia deviazione per andare a vedere un grattacielo ignoto ai più, ma che per chi ha letto La Torre Nera di Stephen King, è immancabile: al numero 2 di Hammarskjold Plaza sorge la Torre Nera del nostro mondo, aye Roland.
Superata questa pietra miliare, mi rituffo in un altro stereotipo: hotdog dal chiosco per strada, e che strada! La quinta, o meglio la celeberrima 5th avenue. Un'attività da prendere in considerazione, quella del chioschetto a Manhattan, un po' come il bar sulla spiaggia tropicale. Il mio giro prosegue al Rockfeller Centre -quello della pista di pattinaggio- e al vicino Starbucks, per rifocillarmi nella calura della City. Arrivo così alla ben nota Times Square, e mi chiedo se sono gli americani a copiare Piccadilly Circus o viceversa. Dopo un giro dovuto al negozio di giocattoli -dove c'è pure la ruota panoramica... e anche qua, chi ha copiato chi? Hamleys o ToysRus?- mi rilasso nella zona ristoro -praticamente, una serie di tavoli e sedie in mezzo a Times Square. Vicino a me si siede un'anziana giapponese che lavora a maglia, poi si avvicina un ragazzo per appoggiare il pacchetto di MacDonald's più unto che abbia mai visto e mangiare al volo il suo BigMac. Concludo il primo giorno a Central Park, giusto uno sguardo e poi via, a meritato riposo. Tutto sommato, ho sfatato molti dei miei pregiudizi sulla City: si respira una bella aria, di vita, di entusiasmo, non -come credevo- di frenesia e fretta.
Il secondo giorno lo dedico alla Lower Manhattan, ed ingenuamente compro il biglietto per la statua della Libertà: la fila per salire sul traghetto comincia praticamente a Brooklyn, ma è allietata dalle esibizioni di svariati artisti di strada. Per fortuna il caldo è mitigato dall'aria, ciò nonostante le mie spalle si colorano di una varietà amaranto-aragosta per niente tranquillizzante. I controlli prima di imbarcarsi sono come quelli dell'aeroporto, col metal detector... e naturalmente, chi si ferma e lo fa suonare quattro volte?! Italiani. Dal traghetto ammiro lo skyline di New York, e già da qui s'intuisce la voragine lasciata dalle Torri Gemelle. Arriviamo a Liberty Island, dove scopro che la statua non è così piccola come la descrivono, anzi! Sarà che il piedistallo è altissimo, ma l'insieme è imponente a dir poco. Proseguo per Ellis Island, dove mi abbiocco e mi risveglio a tratti mentre la voce di Gene Hackman racconta della superba magnanimità di questo paese che ha accolto milioni di poveri sporchi malati puzzolenti immigrati, viva l'America! E non si può descrivere lo sguardo schifato con cui la guida pronuncia "Italians" alla domanda su quale popolazione avesse portato il maggior numero d'immigrati a New York.
Al ritorno, scoppia un simpatico acquazzone estivo che mi fa rimpiangere l'ombrello, al sicuro dentro la valigia. Trovato riparo da Starbucks, mi dirigo poi a Wall Street, che non è altro che una strada molto affollata in fin dei conti, e verso Ground Zero. Ho fortemente voluto e molto temuto l'impatto con questo luogo, perché il mio 11 settembre è stata la data spartiacque tra l'ingenuità e l'innocenza dei miei 17 anni e il brusco risveglio a scoprire che no, l'America non era perfetta, il sogno americano era una bufala, c'era chi odiava l'America e chi l'America odiava a sua volta. E' stato il momento in cui tutti abbiamo perso la tranquillità, lo sguardo neutrale su chiunque avesse una barba e un turbante, la serenità di uscire soli di notte, il relax di viaggiare senza chiedersi cosa avessero tutti negli zaini. Questi giorni negli USA, curiosamente, mi hanno restituito un po' di quella leggerezza: quella tranquillità del "comunque vada sarà un successo", quell'apertura mentale che mi ha fatto sedere su un guard-rail nel mezzo del nulla, in piena notte, a chiaccherare con sconosciuti, senza paura. Ground Zero toglie il respiro. E' proprio così, guardi tutt'intorno poi improvvisamente ti viene da stare in apnea. Un vuoto che non si spiega, perché se vado a vedere le immagini di 9 anni fa, e le confronto con ciò che vedo ora, non mi spiego come siano rimasti in piedi tutti gli altri edifici. Le teorie complottiste acquistano sempre maggiore fascino. Ci sono due gru, non si sa a costruire cosa, non è chiaro e lo si scoprirà solo il giorno del decimo anniversario. Ma dalle gru penzolano due bandiere americane listate a lutto, ad eterna memoria... come se non bastasse il vuoto, a toglierti il fiato.

DdV 3 - New Jersey (finding Jon)

La mia avventura nel New Jersey comincia nel segno del caldo atroce, con un viaggio su e giù per tre treni e un'attesa infinita di un taxi che si degni di passare per la stazione -chi me l'ha fatto fare?? ah sì, Jon Bon Jovi. Finalmente arriva il taxi, così posso fare un po' di conversazione: cosa fai qua? Dall'Italia per un concerto?! E che lavoro fai? A chi è che insegni italiano, in Italia? Non lo sanno già? Comunque il tuo inglese è ottimo! Mi raccomando vieni a vedere anche a me, un giorno o l'altro suonerò anch'io negli stadi! Sìsì certo come no. Finalmente arrivo al mio residence, suite con vista stadio e autostrada tutt'intorno, non posso muovermi se non in taxi. Ottimo. Quindi mi chiudo in camera, sperimento il lavaggio a mano delle maglie -esperimento perfettamente riuscito!- e mi preparo un panino. I panini sono già tagliati, fantastico. Poi mi cucino una pasta per cena, e scopro che qui non ci sono i fornelli normali, bensì delle piastre che diventano rosso fuoco quando si scaldano... prima di capire che non dovevo aspettare la fiamma, c'ho messo un po'.

La prima notte trascorre al freddo e al gelo, thanks to il termostato impazzito. Il giorno pre-concerto è dedicato alla visita di Perth Amboy, città natale di Jon, dove do per scontato che lo incontrerò, perché sicuramente sarà lì a riposarsi. E infatti... faccio colazione in stazione con una tipica Donut locale e un altrettanto tipico caffè-sbobba, dopodiché salgo in treno con un giornale da leggere. Perth Amboy è carinissima, sembra di essere in Wisteria Lane: casette con l'orto, la scaletta, il patio, la bandiera americana in giardino; la spiaggia sul.... canale, l'aria che sa di salso. Nell'ipod ho le canzoni dei Bon Jovi, che in qualche modo acquistano ancora più senso, in questo contesto. Dopo aver percorso tutto il lungocanale, mi rassegno a non incontrare Jon a passeggio col cane e mi siedo in un ristorante locale a mangiare un boccone. Che si concretizza, per appena $10, in acqua ghiacciata, insalata con salsa di gorgonzola, tortine di granchio con salsa d'aragosta, patate al forno, dessert che non prendo, preferendo un espresso... condito alla cannella, ahimé. Nel bel mezzo della degustazione delle tortine, succede l'imprevedibile: dalla strada accanto al ristorante arriva una berlina nera, mette la freccia e svolta... alla guida, Jon che parlava all'auricolare, bello come non mai. Alla fine, avevo ragione. Non riesco più a mangiare, naturalmente, perciò il cameriere mi chiede se deve mettermi via gli avanzi da portare a casa... nono per carità. Torno indietro, non perdo l'occasione di scendere nella spiaggia e mettere i piedi nell'acqua -gelata, pur sempre oceano è- e torno alla stazione attraversando i quartieri più degradati della città. Pronta per il concerto.

La prima cosa che salta agli occhi è che i taxi non hanno il tassametro, perché la tassa è trattabile. O meglio, è fissa. Che mi porti alla stazione o dall'altra parte dell'(auto)strada in 5 minuti scarsi, i soldi sono sempre gli stessi. Il caldo è soffocante, chi me l'ha fatto fare quella volta di comprarla a maniche lunghe, la maglia dei Bon Jovi?? Lo stadio è imponente già da fuori, e per chi segue da un po' questo gruppo, è un vero sogno: il vecchio Giants Stadium, lì accanto e quasi demolito, è un vero cimelio della storia dei BJ. Arrivo durante le ultime prove, perciò da fuori sento già un'anteprima di alcune delle canzoni che suoneranno. Finalmente si aprono i cancelli, arrivo al mio posto e ammiro i 3 anelli di questa "home of the Giants and the Jets!" che sarà anche la sede del Super Bowl. Calcolo circa 100 mila posti, di cui alcuni davvero TANTO in alto. Come al solito in USA, anche in campo i posti sono a sedere, numerati, che è positivo per evitare resse e malori e dare la possibilità a chi vuole di sedersi. I sedili hanno i portabibite, e sono terribilmente scivolosi. Accanto a me si siedono una famiglia di alcolizzati con bottiglie di vino ovunque e due tipiche americane ultra obese. Contrariamente a quanto mi era stato detto, gli americani sono tutt'altro che freddi ai concerti, anzi. Dopo l'apertura degli OneRepublic (quelli di "Apologize") comincia il concerto, con un jingle "this is our house" e poi due delle mie canzoni preferite "Who says you can't go home" e "We weren't born to follow". Tre ore e mezza di concerto, e quando Jon ringrazia noi della nostra fedeltà, perché lui non sarebbe dov'è, io penso che devo ringraziare lui, perché non sarei dove sono se non fosse stato per quei biglietti che avevo da mesi. Adesso so che comincia una nuova fase, senza rimpianti e senza "come vorrei essere stata lì", perché adesso ci sono e vivo ogni minuto al meglio. Per gli appassionati dei BJ, ecco la scaletta:
All'uscita dallo stadio, provo a chiamare per un taxi ma a quest'ora non ne mandano. Quindi mi rassegno a sedermi sul guard-rail insieme ad altri sconsolati e ad aspettare. Una guardia cerca di bloccare le macchine in arrivo con una luce fosforescente, per avvisarli di fare inversione perché è tutto bloccato e ci metterebbero più di un'ora a proseguire, ma nessuno lo caga: "I hate my fuckin' job!" Finalmente arriva il taxi, dopo quasi un'ora, e divido la strada con padre e figlio di Indianapolis. E' ora di andare a dormire, e di cominciare una nuova fase del mio viaggio.

DdV 2 - Prime impressioni

La prima pagina del mio taccuino dice “my dream is....”: troppi pochi puntini, la lascio in bianco. Parto da casa convincendo Ma' che nonostante la valigia sia mezza vuota, non porterò via Klappar l'ippopotamo. All'aeroporto saluto Pa' e Gogo e mi dirigo con non-chalance al check-in. Primo controllo passaporto, superato il quale mi viene fatto presente che il beauty vale come valigia, perciò paghi la tassa grazieeee. La grande novità del body scanner c'è, a Venezia, ehhh sì. Bello. Chiuso. Inutilizzato. Che bella spesa. L'aereo è puntuale, ci servono il pranzo -cheese maccaroni, meglio di quanto si possa pensare- e constato che la gente esagera. Quando dicono che c'è tanto spazio per le gambe, o che non ce n'è per niente -lo spazio è il solito-, che ti danno un sacco di cose -un cuscino e una vestaglia, che credevo fosse una coperta-, che devi camminare altrimenti ti si blocca la circolazione e fai una paralisi -mi sono alzata una volta e non ho avuto nessuna controindicazione. Mi godo due film, di quelli che di solito si vedono sotto Natale, e constato anche che un volo transcontinentale non è più silenzioso, anzi. Quando il pilota annuncia che atterreremo con un'ora di anticipo, il mio vicino si entusiasma e si lancia a raccontarmi i suoi quindici giorni in giro per l'Italia. Una volta scesa, e imboccati i mille labirinti che portano all'uscita, mi metto in fila tra i “visitors”, e mi viene detto che devo compilare il modulo verde. Che è uguale all'ESTA, che ho già fatto, e che mi chiede di nuovo se sono parente di Bin Laden. NO, CHE CAZZO. Dopodiché mi metto in fila per i controlli, cosa che ti fa sentire molto ben accetta in questo paese. Un cartello mostra la procedura -impronte digitali della mano destra, poi della sinistra, poi foto digitale- e conclude “welcome to the USA”... ammazza, e se non ero welcome?! Vanificata l'ora di anticipo, spiego alla poliziotta che sono una turista... “e stai a Bensalem?! A far cosa?!” Sono ospite di un'amica, SANTO DIO!!! Recupero le valigie, ormai scaraventate via dal nastro trasportatore, ed esco. Finché non sono in strada non ci credo, che non devo fare altri controlli.

Dopo una rapida chiamata a casa, mi trascino al primo taxi libero, e fornisco l'indirizzo di Mel. Il dinamico autista, per programmare il navigatore, finisce sopra il marciapiede, ma è tutto sotto controllo. Poi mi fa fare la conoscenza di una tradizione locale: l'aria condizionata sparata a 2000. Le mie cervicali ringraziano. Lungo la strada vedo i grattacieli che caratterizzano lo skyline di Philadelphia, e il ponte: queste sono le prime immagini che registro. Alla fine, il simpatico tassista non trova la strada giusta "I cant see numbers, I cant see!" e mi risolvo a chiamare Mel per farmi venire a prendere. Il clima è quello che a Venezia definiamo "sòfego", una cappa di caldo umido che all'equatore si sta meglio. Dopo aver depositato le valigie alla mercé dei gatti di Mel, facciamo un salto al supermercato locale -in macchina, ovviamente. Le auto qua sono enormi, d'altra parte pure le strade sono sterminate. Al supermercato c'è la mia amica Aria Condizionata ovviamente, nel reparto frutta e verdura invece si scatena la tempesta: si sente tuonare, poi parte una pioggia leggera per innaffiare i prodotti esposti -coreografie made in USA. I prodotti -frutta, verdura, pane, affettati- durano anche un mese, in frigo, aperti. Gulp. Infatti gli affettati si comprano non all'etto, ma al pound... mezzo chilo, che tanto dura! Per cena per fortuna cucina Mel, e si mangia la pizza di carne, poi si va a dormire... o a giocare con Ninì la gatta, nel mio caso, grazie al jet-lag.

Il giorno dopo sono a dir poco rintronata dalla notte in bianco, quindi mi dedico ad un po' di Internet. Quando il Mac si scarica, scopro con disappunto che il costosissimo trasformatore vendutomi in Italia come indispensabile non serve, bastano gli adattatori. Hmmmmmmm. Nel pomeriggio facciamo un giro al Mall, il centro commerciale, con Mel e la sempre presente Aria Condizionata. Al Mall si trovano tantissime marche scontate, anche in periodi a caso durante l'anno: non è come da noi, con i periodi fissi di saldi. Infatti il negozio Guess spara le borse a 25 dollari, e il negozio Levi's ti tira dietro i jeans a 30. Di contro, maglie improbabili di D&G e Missoni arrivano a 500-600 dollari, ma partivano da 2-3 mila! Tra i corridoi del mall si trova di tutto: distributori di caramelle, massaggiatori, estetiste che depilano le sopracciglia e il labbro CON UN FILO DA CUCITO, stand che per venderti i trucchi e farti vedere come ti stanno ti truccano gratis. I manichini di molti negozi hanno la sesta di reggiseno... modelli di bellezza locali; al negozio Nike vendono il portamonete da agganciare alle scarpe da ginnastica; il negozio Lindt sta chiudendo, perciò svende 4 pounds di Lindor (2 chili) a 7 dollari... troppo anche per me, le supersize locali stanno mettendo a dura prova perfino la mia innegabile voracità. Tutti i commessi sono super sorridenti, e anche se è una posa mi piace da morire il saluto "Hi, how're you doing?" che sembra gliene freghi qualcosa. Dopo un salto da Victoria's Secret -che esiste davvero, non volevo crederci!- torniamo verso casa, e stanotte finalmente si dorme!

Il terzo giorno comincia benissimo, con la skyphonata a casa, e prosegue meglio, con la gita a Philadelphia. Il caldo è torrido, l'escursione termica tra l'interno e l'esterno penso sfiori i 20 gradi. I biglietti del treno vengono obliterati dal controllore, sistemati sul tuo posto a sedere, e ritirati quando poi dovresti scendere. La prima tappa a Philly è la Liberty Bell, la campana simbolo dell'indipendenza americana. Alla quale è stato dedicato un intero museo con souvenir risalenti perfino al 1960... cimeli!!! I rangers non ci permettono di sederci sul preziosissimo muretto esterno -sarà stato costruito nel 1980, insomma!- e finalmente entriamo alla visita guidata alla Congress Hall, dove sono conservati altri preziosissimi cimeli... del 1700... la guida si entusiasma a parlare della migliore costituzione sulla faccia della Terra, difesa in quelle stanze... sì, siamo al centro del mondo. Dopo un gustoso pranzo messicano, andiamo nella zona dei grattacieli, che fino a non molto tempo fa non potevano esistere perché il limite d'altezza era il cappello della statua di Penn, il fondatore della Pennsylvania. Il caldo è torrido, ma c'è di buono che i grattacieli fanno ombra. Ci rifugiamo dall'amica Aria, in uno dei più recenti grattacieli, e dopo aver bevuto un frullato ci dirigiamo alla stazione, direttamente collegata al grattacielo, sottoterra. Il nostro treno è cancellato, perciò ci schiacciamo come sardine in quello successivo e poi andiamo a fare un po' di spesa: domani è tempo di partire, il New Jersey mi aspetta.

Diario di Viaggio 1 - La vigilia (quello che lascio)

Mancano poche ore all'aereo che mi porterà di là dell'oceano, pochi minuti alla puntata della mia fiction preferita, che vedrò stasera per l'ultima volta. E' stato un periodo di ultimi saluti e di ultime volte, qualche volta consapevoli molto più spesso inconsapevoli. Ovviamente, come ogni volta prima di voltare la pagina del mio scrap-book mentale, faccio un po' un bilancio di ciò che lascio e di ciò che mi porto dietro.
Lascio la mia città e i suoi ricordi. Ricordi belli e ricordi brutti, di una città vicina unica al mondo, e per questo così difficile da accettare, perché quando sei piccola pensi che tutti i bambini del mondo vivano vicino a una città di palafitte. Poi vedi le altre città e scopri che sono molto più simili a dove vivi tu, lì oltre il ponte, in terraferma. E allora adori Venezia con tutti i suoi difetti e odi Mestre con tutto il cuore. Oggi però posso dire di aver fatto pace. Pace col tram, coi ratti, con il Marzenego che puzza, con le ZTL assurde e la puzza di smog. Ma pace anche con l'odore del tramonto, dell'erba bagnata e del galletto... con le albe a S.Giuliano, con i parchi, le riviere. Porto via un po' di foto digitali, e tante, tantissime mentali archiviate dietro le mie palpebre: quando chiudo gli occhi, partono le slides.
Lascio una casa dove ho riso, pianto, amato, studiato, litigato. Ma della quale saluto sempre i muri, ogni volta che parto.
Lascio i miei tantissimi peluches. Swettie l'orso bianco seduto, Klappar l'ippopotamo, Quack la papera, Placidia la gallina. Da piccola davo la buonanotte a tutti i miei "1792" peluches (non che li avessi mai contati, era una stima per difetto). Da simil-adulta ho sempre dato la buonanotte a due di loro, Musetto-Nero-Clergygirl, la foca monaca, e Musetto-Grigio-Rabbie, la lepre. Perché erano i due di Hamleys', lì sul comodino a ricordarmi sempre che fuori da tutto ciò che mi stava stretto, dal lavoro che non sopportavo, c'erano altre sfide, altre opportunità, altri mondi possibili.
Lascio le sfide perse e quelle vinte, lascio le soddisfazioni e le delusioni, e mi porto dietro quello che mi hanno insegnato. Lascio le persone che ne valevano la pena, e quelle con cui ho perso tempo. Mi porto dietro la consapevolezza di aver dato quello che potevo, e qualcuno non saprà mai quello che si è perso.
Lascio le persone che mi amano, ma porterò con me i sorrisi, gli abbracci, l'amore che mi daranno sempre ovunque saremo, la forza che mi dà sapere di contare così tanto quanto contano loro per me.
Mi porto la voglia di raccontare, di vivere, di osservare, di sentire la vita che mi scorre nelle vene. E anche la paura, perché come dice Gogo "fa parte del gioco, è giusto che ti caghi addosso."
So che tornerò diversa, spero molto migliore, spero di portarmi via, al mio ritorno almeno la metà in più dei bagagli mentali che sto impacchettando ora.
La valigia è pronta, è tempo di chiudere il pc. E di accendere un'ultima volta la tv italiana, che almeno quella non mi mancherà.

Breathtaking


London – Sevenoaks, 5-8/12/2009
Uno dice: come faccio a riconoscere gli italiani in aeroporto? Facile. A parte che urlano, dico. Hanno le Roncato intonse, mai usate, sfoggiate con orgoglio per il primo viaggio oltre confine. E i russi? Facilissimo. Segui il segnale audio dei metal detector. E le facce stupite di chi scopre che NO, non è propriamente consentito, imbarcare una forma di Parmigiano Reggiano intera. E gli americani? Beh, sono quelli impassibili e grati allo steward, quando gli si dice che avranno una stanza d'albergo per la notte, visto che il volo per New York partirà domani alle 6 del mattino, invece che l'altroieri alle 15. E le italo-inglesi? Sono quelle che in una telefonata passano con non-chalance dall'italiano al british english curandosi di essere ascoltate da almeno altri 20 passeggeri estasiati dalle loro strabilianti capacità di code-switching. E io? Io sono quella che, dopo aver ingurgitato una brioche di dimensioni improponibili, cerca di capire quante tasche nascoste ha questo nuovo giubbotto, contorcendosi con molta chalance sul suo posto di 2 cm quadrati. E i capitani inglesi? Sono quelli che col loro british english ti avvisano, come fosse la cosa più naturale del mondo, che a Gatwick si sono perse le scale per farci scendere, quindi restiamo chiusi in aereo. E con altrettanta naturalezza annunciano poi “Ladies and Gentlemen, alleluja! We've got the stairs!”
All'arrivo vengo accolta dall'italianissima Lena e dal suo britishissimo marito Jay, che mi portano a mangiare all'indiano, dove c'abbuffiamo -strano!!- e poi ci puliamo le mani con le salviette calde... quanto sono inglesi. E si parla dell'aberrante piatto tipico inglese, il fish and chips, ma come mi dice Jay, “l'hanno inventato i vittoriani.. sai, noi diamo la colpa di tutto ai vittoriani!” A casa ci attende Tosca, la gatta impertinente che più che attenderci è fuori in giardino, a “cacciare le rane”, come m'informa Lena. La casa è tipica inglese, col suo caminetto, la moquette, l'orticello... e la scala ripida e buia che sembra presa pari pari da Psycho. I gusti televisivi sono però molto italiani: si guarda X Factor, manco a dirsi, e si litiga sui cantanti in gara.
Il giorno successivo comincia con una corroborante camminata nel parco del Kent di Sevenoaks, ricoperto di fango. Una dolce coppietta ride, scivolando su e giù: Lena è categorica “Daje du mesi, e vedi te... lui je dirà “ma cche sei defisciente, nun riesci manco a sta' in piedi??!”” Il castello sovrastante il parco, scopro, è abitato. T'immagini, pensiamo con Lena? Vieni a prendere il the da me? Sì, dove abiti? Presente il castello in cima al parco?!
Tornate a casa, lavoriamo sulla tesi, con Lena che chiede aiuto informatico al paziente marito: “JJJJJAAAAAAYYYYYY!!!!!!” “Yes, Leeenaaa?!” E via così. Viva l'intercultura. Jay è tutto un SORRY e PLEASE, quanto è british. E quanto è british la carne con marmellata di mirtilli, ma devo dire che anche l'intercultura alimentare è da tenere in buona considerazione. Finalmente provo anche le famose mince pies, le tortine di Natale... sì, viva l'intercultura alimentare!! Ma continuo a rifiutare l'intercultura televisiva: una serata di programmi crime-splatter inglesi e sfido chiunque a non spegnere tutto e dormire per una settimana.
Il giorno successivo è il momento di tornare a Londra. È la settima volta, ma ogni volta è una sorpresa. Mi manca il fiato quando vedo spuntare il London Eye prima di arrivare alla Waterloo Station, mi manca il fiato quando respiro di nuovo gli odori di Londra, quando mi butto nella ressa di Hamleys' sotto le feste... mi manca il fiato quando poi, all'alba, devo salutare Tosca che mi ha fatto compagnia prima della partenza.
Ma cosa significhi Londra non si può riassumere in un concetto, in un leit-motif, in poche parole. Perciò mi limiterò ad auto-citarmi, riproponendo le parole che usai nel lontano 2001, dopo il primo viaggio nella capitale inglese, a 17 anni.

“Dimmi, può esistere il "mal d'Inghilterra" Sì perché ho sempre sentito parlare del "mal d'Africa", ma quello che provo ci assomiglia da morire! E' stata una vacanza-ma prima di tutto un'esperienza di vita- davvero stupenda ed entusiasmante. Da dove comincio? Mah, non so neanch'io.. comincio dagli odori, dai profumi che si respirano in città.. e già qui potrei fermarmi, perché tutto si riassume nell'emozione che quei profumi mi suscitano. Non ho girato per musei, uno solo l'ho visto in parte e mi è bastato, perché avere davanti, gratuitamente e fotografabile, un frontone quasi completo del Partenone e riuscire a non piangere è già un'impresa di per sé. Solo statue, dicono alcuni. Le vibrazioni le sentiamo in pochi. Sono stata sul Tower Bridge, dopo averlo costruito in miniatura in un puzzle tridimensionale, ed era tale e quale, coi suoi colori, i suoi azzurri e la sua forma tutta strana. Sono stata anche a Buckingham Palace, ma lì c'è aria rarefatta di vita interrotta, freddezza reale che non c'entra già quasi niente con quello che c'è fuori. I sorrisi della gente, la vita frenetica, la VITA, in ogni caso. Tra i suonatori di Leicester Square, i parchi immensi, i ristoranti di Chinatown, i sorrisi di chi ti incrocia ma anche la sofferenza dei senzatetto ho sentito solo due cose sopra tutte le altre: vita e rispetto. Non sarai mai troppo strano a Londra, stai sicuro che chi cammina davanti a te per la strada è mille volte più strano di te, per questo sarai accettato comunque. E Londra vive, che tu ci sia o no lei è lì, e questa è una sfida per noi a viverci dentro perché qualcuno se ne accorga. E allora via, una foto a Chelsea perché c'è stato Jon Bon Jovi, una foto al Centre Point e una al London Eye (per la precisione, quello lo becchi ogni volta che fai una foto, da quanto grande è) e torni a casa bagnato fradicio ma felice di esserlo perché lì piove sempre ma ti devi abituare a non accorgertene.”

La Strana Amata

Lubiana, 21-22/11/2009
Quando si nomina l’ex Iugoslavia, si parla di una nazione strana. Neanche pensare di dire a Ma’ che andrò in Slovenia in pullman. “I te rapisse e i te porta in Polonia a far a badante!!”. Mamma, casomai è il contrario, sono loro che vengono qua... s’inserisce la nonna: “Ecciò, che quando e ga messo na firma no e se move più da qua quee, furbe ciò!!! Bea Lubiana, bea!!” Ci sei stata?! “Ahhhh bèèèèn pòòòò... stada-proprio-esattamente-no.... disemo che dovevimo ndar, ma se gavemo fermà a Trieste. Bea Lubiana ciò, proprio bea! Sta tenta sa, no sta darghe confidensa a quei che dopo i magna ajo! Ti varda drito e no sta parlar co nisuni!” Dovrei davvero aprire un’agenzia di viaggi, con la nonna Holly alle public relations.
Arrivo in stazione in anticipo, mi accoglie un tipico parcheggiatore slavo che si prende cura del mio zaino e mi invita a ripresentarmi dopo un’ora. Bene, posso prendere un caffè: faccio lo scontrino, vado al bancone, aspetto il mio turno.
L’avventore davanti a me trova parecchio strana la procedura: “Ué, io veng dalla Campania e shte couse non esiston proprio!” Sì caro, tipo il fatto di fare scontrini?! Una volta accomodata nel mini-pullmann, arriva una coppia –madre slava, padre napoletano, figlioletto di due anni- e sento il papà che li saluta: “Uèè, assetete! Me raccomando, nun ti dimenticà la lingua itallliana, che nun te voj cchiù se parli slavo!” Certo, l’accezione di lingua italiana è vasta, molto vasta. Nel frattempo, i nostri autisti stanno litigando in sloveno stretto con gli autisti di un’altra compagnia. C’è di strano che colgo qualche parola... “...catastrofaja...”, beh forse meglio non cogliere nulla. Il viaggio procede bene, a parte i vivaci dialoghi a me incomprensibili –mi sento un po’ estranea, in effetti, straniera a dir poco, e l’effetto è straniante-, e quando passiamo il confine mi si stringe il cuore al pensiero che questi poveri autisti, che attraversano su e giù il confine, riceveranno minimominimo 8 messaggi Vodafone al giorno. Poverini. A me rompono già i maroni i due che ricevo, non richiesti. Ci fermiamo in una stazione di servizio, dove obbedisco al perentorio “STAY HERE!!!” dell’autista. Gli altri passeggeri scendono, fumano, chiaccherano... fino all’arrivo di un’innocua camionetta della polizia.
A quel punto, risalgono tutti in fretta e furia, ripartono, blaterando “..drogaja...polizei...”...ecco, è sempre meglio non cogliere nulla. Arrivo, strano a dirsi, sana e salva, e finalmente abbraccio Candice, che si offre subito come guida della città. Per cominciare bene, c'arrampichiamo su su verso il castello, dal quale si gode di una splendida vista sulla città;
per riprenderci dallo sforzo, ci tocca mangiare una crépe (palachinka, o come cavolo si scrive) tipica del luogo. In effetti, è una crépe strana: non la solita alla Nutella, bensì la Crépe Rocher. Che dentro ha, in effetti, la Nutella. In quantità spropositata. E fuori, è ricoperta di cioccolato fuso e nocciole. In quantità altrettanto spropositata. Dopo una sosta a casa di Candice al decimo piano, arredata secondo i canoni del Feng-Shui (questa strana disciplina praticata dai coinquilini), ci avviamo in centro, dove le case in realtà sono villette con l'orto, come fossero fuori città. Gustiamo una leggerissima cena slovena – o croata, o serba, non si sa di preciso – a base di cevapcici, le polpette-salsicce tipiche, formaggio super burroso, pane e cipolla. A questo punto non ci sembra tanto strano, se i primi ricordi che abbiamo dei nostri viaggi sono quelli legati al cibo: cosa ti manca di più di Londra? A me l'hotdog in mezzo alla strada, a Candice le scorpacciate di humous.
La serata si conclude poco lontano (attenzione a non attraversare col rosso, qui sono così strani che potrebbero perfino multarti e schedarti, se non rispetti il codice della strada...) insieme a Polianna e Leo, due amici di Candice, ad un centro sociale. Che è stato ricavato da una serie di edifici, messi a completa disposizione dei ragazzi per decorarli come meglio credono. Qui si tengono concerti di vari generi nelle diverse strutture, e c'è anche un ostello ricavato da quello che era un carcere. Ha ancora le sbarre alle finestre. E fanno la fila per avere una stanza. Nonostante ogni stanza sia decorata diversamente, come mi informa Candice, e siano veramente uniche nel loro genere, sarà strano ma non mi viene nessuna ma proprio nessuna voglia di entrarci.
Il giorno seguente mi sveglio prestissimo per vedere l'alba. Ma a Lubiana, scopro, non sorge il sole. Sorge la nebbia. E al decimo piano tira pure un vento della Madonna, meglio tornare a dormire. Con calma ci alziamo e facciamo colazione con le tazze CON CUCCHIAINO INTEGRATO NEL MANICO!!!! dopodiché, imperturbabili nel vento che la bora di Trieste ci fa un baffo, passeggiamo al parco di Tivoli, enorme e popolato da due specie di giovani a me sconosciute: i super sportivi e le coppie con figli (a vent'anni, intendo....). Verso il centro, si dispiegano i mercatini dell'usato, dove c'è anche chi vende foto antiche della sua famiglia e di altre famiglie. Il centro storico si apre nella piazza centrale dei tre ponti (il fiume è uno solo, ma gli slavi volevano fare una cosa fatta bene), con al centro la statua del poeta nazionale sloveno che guarda, dall'altro lato della piazza, l'effige della sua amata. Ma credo sia strabico, perché sembra che guardi il balcone a fianco... l'importante è il pensiero. Nella piazza c'è una mostra d'arte, solo che i quadri non sono esposti, bensì appesi a dondolare in alto... strano, ma d'effetto, con lo sfondo del cielo azzurro.
Dopo un pranzo luculliano in quel del minimonolocale di Leo (come dice suo padre, d'altronde, “ti lavori in Iugoslavia?!” e gli stipendi son quel che sono...) con accese discussioni di statistica applicata -tipo “quante probabilità ci sono che in una scatola di preservativi uno si rompa?”-, concludiamo, per star leggeri, con una fettina di torta da Zvezda (Stella), dal modico peso specifico di 100 kg al millimetro quadrato. Però è buonissima, e qui fa freddo quindi servono calorie. È sera, ed è ormai ora di tornare a casa: su Lubiana è di nuovo calata la nebbia fitta, perché si trova in una valle, e sembra di uscire dalla Terra di Mezzo. Sul treno del ritorno, non si vedono le montagne ma si intuiscono guardando le luci della sera lungo il fianco del monte.

E penso che questa Lubiana (“Amata” in sloveno) è una città strana, ma alla quale è anche facile affezionarsi, piccola e diffidente in apparenza, ma se la conosci meglio quasi quasi capisci perché gli sloveni hanno usato l'amore per definire la loro capitale.

È, ITALS è...

Più di qualche volta mi hanno chiesto “cosa sarebbe, insomma, sto ITALS?”. Ecco, dopo questi 14 mesi non sono in grado di definire cosa sarebbe sto ITALS, ma qualcosa mi viene in mente magari.

  • ITALS è iscriversi ad un Master a maggio, un po’ così, che tanto è online cosa vuoi che mi impegni?!
  • ITALS è ricevere il programma a luglio, e dire ah beh però è online ma credevo fosse un po’ meno. Cazzo adesso come faccio?
  • ITALS è cominciare col forum palestra e il bar caffè, mah a me non so mica cosa mi serve sta roba poi chi me l’ha fatto fare?!
  • ITALS sono mille voci dietro un monitor che ti immagini le facce e al 99,9% non corrispondono per niente alla realtà
  • ITALS è la tutor del primo modulo che ti dice “costruite un’UD” e tu che hai studiato 20 anni pensando che i prof leggessero la lezione in un libro e stop. E allora ti svegli in preda all’ansia alle 7 della domenica e apri il libro di francese, per vedere che cazzo è un’UD con gli obiettivi
  • ITALS sono i lavori di gruppo, con quelle facce che hai immaginato e i contatti Skype che non si connettono mai alla stessa ora. Ma davvero c’è gente che studia italiano in COREA e ISRAELE?! Ebbene sì.
  • ITALS sono le verifiche di gruppo (no non è vero, se sta leggendo qualche tutor!!!) su Skype, a scambiarsi idee e leggere le dispense all’ultimo minuto. Poi però si chatta d’altro e la verifica la consegni all’ultimo secondo
  • ITALS sono le prime volte che ti senti dire “cavolo, anche se non insegni sei portata, sai?!” e voli in alto mille metri
  • ITALS sono i 10 anni di vita persi ad ogni ricezione della scheda di valutazione. Che arriva sempre quando sei al lavoro e non puoi aprirla. Che ci mette 20 minuti per aprirsi e tu che bestemmi. Che quando finalmente si apre non hai il coraggio di leggere il voto e allora sbirci la tabella per vedere se c’è “scarso” o “ottimo”. Che poi scopri di essere passato e allora YEAH, e dopo NOOO adesso devo leggere l’altra dispensa!!! E poi ti chiedi: perché il tutor nel messaggio non scrive “buon proseguimento” oppure “ottimo lavoro” così non sviluppo un’angina pectoris ogni volta??!
  • ITALS sono i moduli d’autoapprendimento che tanto c’è tempo e poi a momenti te li dimentichi lì
  • ITALS sono i primi addii a gennaio, che anche se non le hai mai incontrate ti dispiace proprio tanto che certe persone cambino Master o percorso
  • ITALS è lo stage che ci metti na vita a convincere qualcuno a fartelo fare per “spalmare il problema tra più maestre” e poi il bambino cinese, sua sorella e il bambino bengalese, ai quali si suppone tu debba insegnare qualcosa, e ti caghi addosso. E dovresti pure compilare le maledettissime schede d’osservazione. Poi il bambino cinese s’impegna un’ora a fare il tuo ritratto, con la testa tonda e gli occhi a mandorla. E quello bengalese ti regala un tipico origami bengalese. E anche se non sanno molto più italiano di quando sei arrivata, hanno imparato a giocare a scopa con le carte coi numeri scritti in lettere. E allora credi di aver fatto qualcosa, anche se piccolissima, e voli alto di nuovo
  • ITALS è un corso d’italiano volontario a ragazzi immigrati, e anche lì ti caghi addosso. Perché sono giovani, perché sei da sola, perché è la prima volta, perché tutta la teoria adesso dovresti metterla in pratica. Poi t’inventi un gioco che a loro piace e litigano per ore su una pronuncia, e vedi che s’impegnano. Poi uno di loro ti prende da parte e ti ringrazia di cuore –in italiano- per quello che hai fatto, e che a te sembra niente. Ti augura tutta la felicità del mondo, e tu fai lo stesso. E pensi che forse stai seguendo una strada accidentata ma la direzione è quella giusta, e ancora voli alto
  • ITALS è la settimana in presenza a luglio con un caldo bestiale. E abbini i nomi alle persone, ma l’effetto è straniante. Non può essere QUELLA la persona con cui ho chattato fino a ieri. E poi ci sono i caffè, le canzoni di Caon (e i commenti sul Caon), il clima che man mano si distende quando prendi atto che sì, non puoi farci niente, quella è proprio la persona con la quale hai fatto tutti i lavori di gruppo da settembre in poi. E ti saluti con un po’ di nostalgia, ma tanto ci si rivede presto
  • ITALS è scegliere una tesi di gruppo come i lavori delle medie. E scegliere le due persone che ti sembravano più serie, salvo poi scoprire che una è Nutella-dipendente e che l’altra –tra le molte cose- dialoga col prosciutto crudo. Ma sono uno spasso, e non ritorni nel baratro del relatore che non ti caga e della bibliografia che non trovi. Perché la tutor è sempre presente, e ti supporta in tutto e per tutto. E la bibliografia siete in tre a non sapere come scriverla. E in men che non si dica, due mesi e la tesi è fatta. E l’amicizia è più forte che mai
  • ITALS è ritrovarsi tutti a dicembre dalle suore incazzate, con un freddo boia, l’acqua alta e pure la nevicata eccezionale. Ma felici di ritrovarsi, finalmente dopo aver messo a fuoco la persona reale col suo avatar virtuale. Ascoltiamo ed applaudiamo le tesi di tutti, cagandoci addosso in attesa della nostra
  • ITALS sono le prove giornaliere cronometrate. Abbiamo 7 minuti scarsi a testa, bisogna tagliare. Ma a tutte viene in mente una slide in più da aggiungere. E alla fine i minuti sono 19, ma quanta ansia
  • ITALS è l’ultimo giorno, quando realizzi quanto è cambiato in 14 mesi e quanto ti ha segnata quest’esperienza. Quando festeggi con tutti, anche con quelli del II° livello con i quali magari non hai mai lavorato insieme, ma quante chattate su Skype
  • ITALS sono i saluti finali, quel “ci rivediamo presto” che magari è una bugia, quel “ci teniamo in contatto” che senz’altro sarà vero.

In buona sostanza, non so riassumere cosa sia l’ITALS. È stato questo, e molto altro. Non è scoprire un sogno, ma scoprire che ci sono le possibilità di realizzarlo. E che ci sono persone preziosissime che ti saranno vicine sempre, anche se lontane fisicamente.
E infine per me, che ho passato una vita a cercare qualcuno che credesse in me e nei miei sogni, l’ITALS è stato scoprire che in me ci credono tutti, e manco solo io.
A tutti quelli che sanno cosa vuol dire ITALS, e come me non saprebbero descriverlo, dico solo GRAZIE.

Fast forward

Che i tedeschi siano avanti, lo so già ben prima di partire. Un servizio del TG mi dice che vicino Berlino hanno appena inaugurato una distesa di pannelli fotovoltaici che fornirà l’1% dell’energia di tutto il Paese. Chiaro, loro sono avanti. E noi si parte con Trenitalia. Chiaro, noi NON siamo avanti. Ancora i treni a compartimenti stagni degli anni ’80-’90, per intenderci. E il vicino di compartimento che intona canzoni tedesche accompagnato da chitarra e nacchere. Tesoro mio, vabé che è Trenitalia, ma son sempre 7 ore di treno, quindi sopprimiti o ci penserà qualcun altro. Superato il confine, entriamo nella terra ove ‘l sì non suona più manco per sbaglio, infatti la voce che annuncia le fermate del treno se la ride, in tedesco, con chi lo capisce... e non è il nostro caso. Scese dal treno e cenato da Starbucks, come da tradizione, memorizzo il nome dell’hotel giusto fuori dalla stazione di Monaco: Eden. Un Paradiso insomma, quanto sono avanti i tedeschi. Lo sanno, sì, che chi arriva sfranto da un viaggio targato Trenitalia vive con terrore l’idea di prendere pure la metro, e si schianterebbe volentieri su un qualunque materasso dell’Eden. E invece no, trasciniamo le nostre stanche membra e le nostre pesanti valigie alla metro. Ma quanto sono avanti i tedeschi: nella metro si entra da una porta e si esce da quella di fronte, senza mai incrociarsi e lanciarsi improperi con chi viene dall’altra direzione. Peccato che lo spieghino in tedesco, ma ci si arriva pure coi segnali luminosi. Finalmente in hotel, apprezziamo il viaggio stile Tour Eiffel in ascensore trasparente... con un panorama leggermente diverso... e pure il water.. ma quanto sono avanti i bavaresi, c’hanno pure il water vestito tradizionale!!
Il secondo giorno comincia con uno shock interculturale: i bambini inglesi del tavolo accanto al nostro non sanno cosa sia la Nutella. E dopo averla assaggiata, la lasciano là perché non gli piace. Certo, sarà l’alimento più sano che abbiano mai ingurgitato negli ultimi 8 anni di vita. Poveri piccoli, che infanzia triste. Ci dirigiamo con l’animo in spalla alla volta della stazione, per la gita giornaliera a Neuschwanstein. La guida è un simpatico signore americano di Seattle, trasferito a Monaco per motivi da chiarire. Il viaggio in treno scorre tra vallate di un verde accecante e pannelli fotovoltaici che mancano solo in testa alle mucche, per il resto sono dapperttutto. Quanto sono avanti, sti tedeschi. Alla stazione c’è un rullo, accanto alle scale che conducono al sottopasso, sul quale appoggiare la valigia per trasportarla giù col minimo sforzo. Quanto sono avanti, non so se l’ho già detto. Una volta arrivati alla fermata del bus che porta al castello –sia mai che ci andiamo a piedi, per carità- respiriamo aria di casa. Per modo di dire. Respiriamo aria di napoletani in nuclei familiari aggregati, con bambini vocianti al seguito. Come riconoscerli? Beh, di solito sono quelli che nel bel mezzo della fila per salire sul pullmann, urlano ai bambini di mettersi in posa per farsi fotografare. O che saliti sul pullmann (il quale ha cercato invano di investirli, poco prima) urlano ai bambini di non urlare; e poi urlano al parente adulto più vicino di preparare i panini che così glieli danno da mangiare. E naturalmente il viaggio dura 3 minuti scarsi. Finalmente giunte al Marienbrücke, il ponte che si affaccia su uno strapiombo di 90 metri e dà una vista mozzafiato sul castello, ammiriamo tutta la pazzia di re Ludwig. Che era avanti. Sì perché era salito sul trono a 18 anni, completamente impreparato a quello che lo attendeva, era omosessuale, e si era costruito il castello delle fiabe. Praticamente l’antenato di Michael Jackson, un secolo abbondante prima. I re pazzi tedeschi però pensavano anche al popolo, infatti Ludwig aveva promosso l’istruzione e fatto riforme per le classi meno abbienti. Come i governanti italiani, insomma. E non sono neanche pazzi, almeno ufficialmente. Il castello sembra quello della “Bella e la Bestia”, mi dice Gica che i cartoni di Walt Disney li ha visti tutti. Dentro invece è di una pacchianeria sfacciata, completamente ispirato a RikardFakner, come dice la guida (che poi sarebbe Richard Wagner), multipiano e non completato. Al ritorno facciamo il giro, suggerito dalla GuidaDiSeattle, per le cascate, uno degli angoli di mondo più belli che abbia mai visto, con dei paesaggi proprio da fiaba (e pazzi che facevano il bagno). La GuidaDiSeattle, con la scusa di aiutarci, ci ruba le borse di souvenirs, salvo poi farci lui le foto... ma allora le borse potevamo tenerle!! Arrivati alla fermata del bus, comincia un diluvio universale mascherato da acquazzone estivo che fa assomigliare la Germania ad un Paese equatoriale. Bagnate fino al midollo, alla stazione assistiamo ad un interessante dibattito tra la GuidaDiSeattle e il suo AiutanteFinlandese sui balli tradizionali dei vari Paesi: GDS sbeffeggia i balli tirolesi/bavaresi, per poi ammettere che l’unico ballo tipico americano che gli sovviene è la macarena. L’AiutanteFinlandese descrive, col pathos tipico del Nord, il tango finlandese. Che è molto diverso da quello argentino. Perché non c’è emozione, anzi c’è molta distanza. Mio Dio che tristezza. E in Italia? Chiedono guardandoci. Ehm.... a Venezia niente, rispondiamo. Però c’è la tarantella a Napoli. E i balli sardi in Sardegna. L’ignoranza regna sovrana, perciò ci rifugiamo nel no comment e torniamo in albergo, pronte per la partenza alla volta di Salzburg.
Certo, se viaggi dalla Germania all’Austria che ti aspetti? Treno Eurocity con schermi lcd che indicano il percorso, la velocità, la prossima stazione e le coincidenze in partenza. Sedili che la poltrona di casa mia sembra na sedia di legno in confronto, poggiapiedi, tavolino porta pc portatile. Chiaro, loro sono avanti. Gli automobilisti austriaci non hanno molto tempo da perdere, soprattutto con le turiste munite di valigia... e non è molto lusinghiero, sentirsi le protagoniste di un videogame violento! I portieri dell’hotel sprizzano cortesia da tutti i pori, tentano un italiano molto maccheronico e sparano battute idiote come se piovesse. Qualcuno glielo dica, che essere italiano non vuol dire necessariamente dover imitare Berlusconi. Salzburg è caratterizzata dalla fortezza, che sovrasta la città tanto che dopo due giorni ne hai due maroni così di vederla da ogni angolo. Gli inglesi col London Eye sono arrivati dopo, che avanti sti austriaci. Con un’unica tessera a modico prezzo, si può girare su tutti i mezzi (in ogni caso, gli autisti non si preoccupano troppo di controllare) e visitare molti musei. Ci fermiamo (con stupore dell’aiuto autista del bus, che in tedesco stretto ci spiega che non è il centro città) ai prati di Mirabellgarten. Insomma, quelli del film “Tutti insieme appassionatamente” che ha fatto successo in tutta Europa e America tranne che in Austria, ma ciononostante pullulano le cartoline e i tour organizzati sui luoghi del film. Salzburg è la patria di Mozart, e se ci fosse qualcuno che arriva senza saperlo lo scoprirà molto presto: i negozi vendono le palle di Mozart (i cioccolatini, of course), i bretzen sono a forma di chiave di sol, i negozi di souvenir hanno ventagli, piatti, penne, matite e chi più ne ha più ne metta col profilo di Mozart, manco fosse Hitchcock. Il museo nella sua casa natale è alquanto miserrimo, con l’esposizione pure del codino di capelli stile feticista. Poi visitiamo la collina a sud ovest della città, con vista panoramica e naturalmente ascensore megagalattico – sia mai che camminiamo. Per la stessa ragione, alla fortezza ci si va in funicolare –due minuti velocissimi, ma sempre troppi quando circondati da italiani vocianti- a vedere il museo delle marionette. Poi una visita alla Residenz, e qua per la legge del contrappasso, dopo aver scalato MILIONI di scalini scopriamo che le sale principali sono chiuse per una festa privata. Argh. Per rifocillarci, giustamente, ci fiondiamo al kiosk verso il centro per gustare una fettina (austriaca, quindi una porzione da reggimento) di sacher e mozart torte. Le fettine sono portate da una matrona, in spalla, su un vassoio gigantesco. E lei sì che è avanti, si fa pagare le cibarie a parte dalle bevande, che invece si pagano ai camerieri. L’ultimo giorno andiamo a visitare Hellbrunn. Era la residenza estiva dell’arcivescovo – la Chiesa è sempre stata avanti su queste cose. L’arcivescovo era un gran mattacchione, perciò volle creare una serie di scherzi acquatici, i waserspielen. La guida è in realtà il fratellino minore di Saw l’enigmista, che con sadico piacere aziona i getti d’acqua a sorpresa, lavandoci da testa a piedi. Grande gioia dei bimbi dell’asilo che si divertono un mondo, un po’ meno le povere maestre. Hellbrunn comprende anche uno zoo (sia mai che gli arcivescovi si facciano mancare qualcosa) nel quale scopro che le gobbe dei cammelli vuote sono floscie... che schifo. Poi c’è la serra delle scimmie ‘ssassine e delle iguane... serra nella quale questi simpatici animaletti sono lasciati liberi sopra le nostre teste, sia chiaro. E ci sono i lama, che non sembrano molto amichevoli, quando si allontanano i sacchetti di cibo.
Per concludere la vacanza, si torna a Salzburg centro e si gusta una pizza. Penso che la salsa fosse un barattolo di pelati. Eh no, c’è poco da fare. I germanici saranno avanti, ma sulla pizza non c’è storia, quelli avanti siamo noi. Anzi, siamo più che avanti, siamo fast forward.